Domanda di giustizia: funzione e certezza della pena. La proposta di questo confronto sulla giustizia nasce dalla consapevolezza che oggi lo "stato di diritto" è gravemente minacciato da una crisi del sistema giudiziario, che è manifestata nella sua dimensione più macroscopica dalla irragionevole durata dei processi e dall'intasamento conseguente delle carceri, dovuto in buona parte ai detenuti in attesa di giudizio. Esodo nel proporre questo tema attualissimo e drammatico era partito da una concezione che voleva sottolineare il carattere "riabilitativo / riparativo" della pena, nella convinzione che per fare giustizia non basta punire, perché la pena in sé non scioglie il nodo della restituzione di ciò che è stato tolto e della riparazione della ferita che è stata inferta alla vittima e ai suoi familiari. Questa questione che apre alla complessa tematica del perdono, è stata affrontata nel numero monografico di settembre 2007 (Giustizia e misericordia), proponendo anche importanti testimonianze. Oggi questo aspetto fondamentale per un Paese civile rischia di passare in secondo piano, proprio perché l'intasamento del sistema non garantisce la certezza della pena, per cui la priorità diventa obiettivamente l'applicabilità della legge. Se non c'è certezza della pena, perché la durata del processo al terzo grado di giudizio richiede fino a 65 mesi (ma anche 10 anni per una sentenza definitiva), diventa impraticabile anche la richiesta di pene alternative al carcere. Su questo scenario vanno ripensati anche i provvedimenti tampone come l'amnistia e l'indulto, la cui efficacia può dipendere proprio da un percorso rieducativo precedente, senza del quale aumentano le probabilità di recidiva. Su queste tematiche, per approfondire l'analisi e ipotizzare un'uscita dalla crisi, abbiamo interpellato Il Proc. Capo Vittorio Borraccetti, Chiara Ghetti (dirigente dell'Ufficio per l'esecuzione penale esterna) e Paolo Dusi (magistrato).