Forum di Esodo
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| 26-09-2006 di giorgio c. | Il discorso di Ratisbona Quello che il Papa ha detto a Ratisbona ha riaperto antiche ferite, ma in modo alquanto atipico ha riaperto anche un dialogo difficile, ma secondo taluni necessario con l’islam e con altre religioni. Il Patriarca di Venezia Card. Angelo Scola ha dichiarato che quel discorso sarà ricordato come profetico. Noi ci limitiamo ad aprire una riflessione che richiede il contributo di tutti, per capire dove sta andando la Chiesa cattolica. In fondo la Chiesa non ha mai accettato la modernità ma ha dovuto fare i conti con essa. Questo le ha permesso di avere accesso nelle istituzioni laiche e di stringere patti concordatari le cui conseguenze ne hanno snaturato la vocazione ultraterrena. Invece sul piano dottrinario si è posta come ideologia a sfidare le altre ideologie, credendo di poter sopravvivere al loro tramonto e fino ad un certo punto ha funzionato (con Giovanni P. II). Ma il cristianesimo come ideologia è anch'esso rifiutato da molte coscienze laiche; il suo futuro non è nella sopravvivenza ma nella rinascita, o meglio nel ritorno di Cristo e del suo Regno. Perciò dobbiamo essere in fervida attesa di ogni segno di questo suo ritorno, disposti alla conversione e alla pace con tutti . Quanto all'Islam che non ha mai fatto i conti con la modernità, c'è un solo modo per conviverci e non è certamente quello di sfidarlo. Favorire la coesistenza di identità diverse e il dialogo, può significare il rispetto di ogni verità non come atto formale, ma come ricerca interiore delle ragioni profonde della propria fede, tanto da trasformare la propria vita. Se la follia del cristianesimo è "fuori misura" e spaventa il buon musulmano ciò è dovuto anche all'esperienza storica che l'islam ha ricevuto dai cristiani. Se il vero islam è quello fondato sulla praticabilità e sul giusto mezzo, a che giova ricordare la sua genesi violenta che è comune ad ogni monoteismo? Se le radici del cristianesimo sono le stesse dell'ebraismo, ricordiamo che la storia del "popolo eletto" è intrisa di sangue. Forse le crociate hanno prodotto di meglio? Sembra paradossale ma anche la novella che annuncia le beatitudini è stata diffusa con la spada e la croce di Costantino. Ma d'altra parte può il cristianesimo essere il "tormento del dover essere" che esige il dono totale, la follia della croce? Non è forse proprio questo a dividerci dall'islam, scaricando su di esso il peso di questa contraddizione, che rende incredibile la Novella annunciata da Gesù. Facciamo in modo che il nostro agire nel mondo sia tale da dare prova della mitezza cristiana, quella del servo obbediente fino alla morte, e questo varrà più di ogni lezione di teologia e di ogni rievocazione storica sulla violenza delle religioni. Se la forza del cristianesimo è credere nell'incredibile occorrono segni tangibili di questa speranza cristiana, che può talora essere offuscata dal paradosso del potere terreno, ma non deve mai essere negata (come spesso fa la chiesa) facendo prevalere il giudizio sulla misericordia verso l'errante o il diverso. Se perdiamo l'amore di Cristo e la sua misericordia che cosa ci resta? | 148 | 1 | 24-10-2006 di bolpin |
| 17-10-2006 di giorgio c. | Sull'eutanasia Proponiamo alla riflessione il testo che segue, nella speranza di poter aprire un dibattito non inficiato da pregiudizi né da radicalismi religiosi o laicisti, come sta avvenendo da tempo su ogni questione di etica. E’ un brano dell’articolo di Salvatore Natoli pubblicato sull’ultimo numero di “ESODO” (n.3/2006), una proposta di dialogo “serio” fuori da logiche di schieramento. "La posizione della Chiesa, da questo punto di vista, si può configurare in un modo positivo e in un modo negativo. C'è un aspetto dottrinale a cui la Chiesa non può rinunciare che dice “l'uomo non è padrone della propria vita”, allora evidentemente chi è credente sa che non è padrone della propria vita. La vita appartiene a Dio che come l'ha data se la prende e poi non si prende la vita, dà la vita eterna, quindi il discorso si configura in una direzione molto più alta del perdere la vita. Cosa vuol dire perdere la vita? La morte è un transitus, non è una fine. Si vive la morte in un modo completamente diverso se la si vive come transitus, cioè nulla finisce e quindi, da questo punto di vista, cosa vuol dire togliersi una vita che poi non finisce addirittura. Allora si tratta di affrontare questo transitus. L'eutanasia, in linea di principio, la Chiesa non la può accettare, nei termini che un eccesso di sofferenza fa perdere all'uomo una sua dignità. La chiesa ha accettato con difficoltà, però comincia ad accettarlo, la sospensione dell'accanimento terapeutico, ed è già una cosa. Ma sospendere l'accanimento terapeutico molte volte vuol dire anche cominciare a introdurre una farmacologia che riduce il dolore, perché non basta togliere la spina quando si è all'ultimo stadio, si tratta anche di non fare soffrire, perché molte volte ci sono finali di esistenza drammatici in cui l'uomo perde interamente la sua dignità, allora cominciano le cosiddette terapie del dolore. La terapia del dolore è già una modalità raffinata di eutanasia, una eutanasia che viene applicata a poco a poco, perché, evidentemente riducendo il dolore si riduce la vita, perché i farmaci che riducono la sofferenza alo stesso temo riducono l'esistenza. Però questo vuol dire accompagnare alla morte senza che l'uomo patisca sofferenze atroci. La terapia del dolore la Chiesa sta cominciando a accettarla, almeno in parte e questo lo trovo indubbiamente positivo. La chiesa in linea di principio non può accettare l'eutanasia, in linea di fatto va condividendo mano mano di ridurre l'atrocità del dolore. Non so se si arriverà al punto, sul tema della dignità della persona, del diritto, da parte del soggetto, a scegliere una morte nobile, perché poi questo è il significato. Non degradarsi nella dissoluzione della fine quando la fine è irreversibile. Il mio punto di vista è che, in questa condizione, sia accettabile l'eutanasia. Poi il problema, in queste cose, è dove mettere il confine: dove si comincia, dove si finisce, perché i problemi che, in linea di principio, possono essere condivisi nell'applicazione pratica possono creare precedenti che poi allargano, stringono la gamma delle opzioni con maggiore o minore rigore, ma questo è un discorso che riguarda più la legislazione che i principi." | 112 | 0 | 17-10-2006 di giorgio c. |
| 29-06-2005 di giorgioc | La Libertà IL RISCHIO DI ESSERE LIBERI Parlare di libertà oggi esige un atteggiamento di grande prudenza per evitare di cadere in due opposte tendenze. L’una di esaltazione dell’individuo come “norma a se stesso”, frutto di una moda del pensiero moderno che segna l’ultimo stadio di una deriva liberista (o come disse Ratzinger : il lasciarsi portare qua e la da qualsiasi vento). L’altra tutta proiettata verso un’idea messianica di liberazione dal male, disincarnata, fuori della realtà, che si esprime nella difesa strenua di valori “naturali” o presunti tali contro l’assalto della modernità. Come evitare di restare imprigionati fra queste opposte visioni? Se crediamo a Gesù che la verità ci farà liberi è giusto chiederci: quale verità? Se quella di Gesù che si manifesta nell’agàpe (dono di sé) e nell’annuncio delle beatitudini, o quella della Chiesa quando, manifestando poca fede nello Spirito, vuole tutto definire, tutto comprendere, tutto inglobare, per timore di perdere il primato sul mondo. Quale libertà può scaturire da una verità addomesticata ad un disegno di dominio mondano? Forse al cristiano non resta che prendere i propri rischi e giocare la sua libertà nel rapporto con il mondo, anche accettando la contaminazione con verità altre, pur di restare fedele a Cristo, nella convinzione che è Lui l’unico punto fermo, mentre tutto cambia incessantemente. | 208 | 0 | 29-06-2005 di giorgioc |
| 25-10-2004 di giorgioc | Il silenzio della Chiesa Vorremmo aprire questo spazio di confronto con un argomento che sarà oggetto del prossimo seminario di Esodo. È quello che qualcuno chiama "Silenzio della Chiesa".Il silenzio cui allude il titolo del forum, è secondo alcuni la reticenza reale o presunta dei vescovi italiani nei confronti di leggi ingiuste e di scelte sbagliate, che esprimono una cultura di governo "liberistica" e poco attenta nei confronti dei più deboli. Un atteggiamento "indulgente" della gerarchia ecclesiastica che sembra improntato ad un "do ut des". Altri invece, nel variegato panorama cattolico, ampliando ulteriormente il concetto, ritengono che il "silenzio" esprima una mancanza di dialogo all'interno della Chiesa, sui grandi temi che la dividono e le impediscono di essere unita nel cammino verso Cristo. Da questi spunti di riflessione emergono delle domande che proponiamo per il forum: - Su quali questioni importanti che riguardano la vita sociale e politica, la Chiesa è reticente e silenziosa? - La Chiesa d'oggi è profezia e segno di conversione, aperta al dialogo con chi è in ricerca, o esprime un progetto d'infallibilità che scoraggia ogni ricerca? -Quale futuro attende il cristianesimo? Il riconoscimento come "religione civile" sostenuta dal potere di Cesare, o la rinuncia al potere, per lasciarsi condurre dallo Spirito e dalla Parola disarmata? | 330 | 1 | 26-10-2004 di manziegag |