ESODO

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Partire da sé, partire da noi

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Le motivazioni del bollettino ('78) e poi della rivista Esodo nel '79 vanno comprese nei tempi lunghi dal dopoguerra, in particolare dalla rottura, degli anni `60, una svolta antropologica epocale rispetto al "mondo" di prima. È necessaria questa opera di chiarificazione. Oggi infatti anche la memoria è luogo di scontro. Diffusa è, ad esempio, l'accusa al '68 dei mali attuali causati dalla fine della idealizzata società precedente. Ma quali erano i valori "perduti"? Basterebbe pensare alla legislazione su alcuni temi: l'aborto considerato delitto contro l'integrità della stirpe, le "case di tolleranza" chiuse solo nel '58, l'adulterio delle donne non più reato dal '68, solo nel 1981 cancellato il delitto d'onore. Aberranti valori venivano difesi dal mondo cattolico che ostacolò le riforme, frutto invece delle lotte dei "laici", su questi come su altri temi di civiltà. Riforme incompiute, male realizzate, così da portare a reazioni contrarie alle nuove concezioni.

Le esperienze, insieme religiose, sociali e culturali, di quelli che hanno dato vita alla rivista, e che avevano origine nel Concilio, esprimevano una nuova consapevolezza della soggettività, che ruppe con quel mondo cattolico e con l'idea stessa di ordine oggettivo universale che si fa istituzionale.

Non c'è spazio per approfondire questa dualità. Basta richiamare l'impostazione di Paolo VI nell'enciclica Humanae vitae, che condanna la contraccezione come contraria alla norma naturale, motivata dalla necessità di tutelare il rispetto della donna da parte dell'uomo che, con la regolamentazione artificiale delle nascite, finisce per considerare la donna "semplice strumento di godimento egoistico". La legge naturale è considerata quindi garante di un ordine oggettivo, freno alle debolezze umane, necessario per salvare l'uomo contro se stesso. È una radicale sfiducia nell'incontro di persone responsabili, capaci di costruire rispetto paritario nell'amore di coppia.

La fiducia nella soggettività attraversa invece la rivista, con la critica del ruolo della chiesa, in quanto depositaria dell'autorità divina e dell'ordine naturale.











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Significativi sono i titoli degli interventi nel numero sui Venti anni dal Concilio (1986): "Un popolo di Dio senza soggetti, una società senza partecipazione, cristiani senza chiesa" e "Essere soggetti nella Chiesa, nella società, nella vita quotidiana". In questi si parla della svolta copernicana conciliare, da una chiesa gerarchia, centrata su se stessa e la "sua" dottrina, alla chiesa popolo di soggetti storici, comunità in cui è riconosciuta la coscienza personale e la pluralità dei modi di essere chiesa in relazione al carisma di ciascuno e alla specifica soggettività storica e locale.

Il Concilio, con questa presa di coscienza, liberò esperienze creative nei vari ambiti della vita comunitaria, centrata sulla priorità dei poveri come soggetti della salvezza e non più oggetti della carità. Questo fondò inoltre la laicità, come dimensione di tutta la chiesa nel rapporto con il profano. Nella chiesa invece prevalse la linea che vedeva pericoloso il pluralismo e l'autonomia delle coscienze. Caratteristica della rivista è stato porre il legame tra questa chiusura della chiesa e la crisi nella società, in cui sono venuti meno i soggetti collettivi e la stessa soggettività personale. Continuativa fu l'analisi di come questa crisi rafforzò la tendenza, nella chiesa e nella politica, alle identità forti.

Sulla spinta del Concilio i gruppi del "dissenso" interni alla chiesa si erano intrecciati negli anni '60 con la nuova generazione dei giovani, per la prima volta soggetto portatore autonomo di cultura, e poi con i movimenti studenteschi. Tra i temi comuni c'erano l'antiautoritarismo e l'analisi della natura di classe della cultura e della scuola, delle istituzioni, della chiesa stessa. Con una differenza fondamentale da parte dei cattolici, che, per la scelta dei poveri e l'attenzione alle lotte di liberazione dei popoli, operarono una critica alla società fondamentalmente etica. Ciò portò a un certo distacco sia rispetto ai nuovi movimenti che alla sinistra tradizionale. Almeno per quanto riguarda consistenti gruppi di provenienza cattolica, tra i quali pensiamo siano anche quelli che promuoveranno Esodo, si ebbe infatti una forte critica al consumismo, ai miti dello sviluppo quantitativo produttivistico e "operaistico", e una forte considerazione dei "limiti dello sviluppo" e della distruzione in atto delle risorse, in nome dell'equità e della giustizia sociale.

Per questo approccio etico, centrale per noi è stato soprattutto l'incontro con le lotte operaie ('69-'73), con il movimento operaio come soggetto di liberazione dalle forme di alienazione, e quindi anche dalle idolatrie di tipo religioso. Comune fu l'affermazione della dignità della persona del lavoratore come variabile indipendente e non negoziabile, non subordinabile al progresso, alla lotta politica, o a una società ideale, a un partito-totalità depositario del "vero" Stato e del "vero" bene dei lavoratori.

Pur riconoscendo gli elementi ideologici e settari di quel periodo, va detto che fu l'unico periodo in cui si tentò di coniugare individualità e solidarietà, bisogni individuali e bene comune, potere e partecipazione, merito personale e corresponsabilità. Mai come allora si pose educazione e cultura come fattori










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di liberazione e di cittadinanza. È da approfondire come in pochi anni questo patrimonio sia stato disperso dal movimento sindacale e tra lavoratori. I temi posti rimangono validi e irrisolti ancora oggi.

Il non aver avuto, per responsabilità diverse che non possiamo esaminare, uno sbocco politico in un progetto riformatore, e anzi aver lasciato marcire i problemi, è causa della situazione odierna di deterioramento, di assenza di finalità e di regole condivise, di crisi strutturale del sistema politico e dei partiti. È l'analisi di Pasolini fin dagli anni `70 sul Palazzo: spregio delle regole, crescente disinteresse per i valori collettivi, privilegiamento dell'affermazione individuale e di gruppo che considera le nome un impaccio. Significativo è che l'ideologia oggi dominante, che afferma invece questi tratti come valori, pensi se stessa proprio come una rivincita su quel periodo, un fare i conti per farla finita definitivamente.

Per porre correttamente quella fase occorre dire che non fu la rivoluzione politica fantasticata in modo ideologico da molti, ma il compimento di una fase di sviluppo rapido e intenso che "liberò" un nuovo mercato di modelli di comportamento individualistici, a cui non corrispose una elaborazione approfondita di una cultura dello sviluppo. La rivoluzione dei costumi assunse alla fine i modelli stessi di quell'industria culturale rifiutata, mercificata e spersonalizzante, capace di imporsi come distruttiva del vecchio mondo e creatrice dei valori del consumismo, necessari ai processi di modernizzazione industriale. Si ebbe un rapido passaggio da un mondo di valori che non c'era più a una secolarizzazione e a un imborghesimento di massa senza nemmeno valori "borghesi", senza la consapevolezza del bene comune. Si avviò una separazione tra sviluppo e cultura, mentre i vizi privati diventarono virtù pubbliche (il cinema mostrò con ironia quel costume condiviso). La ricchezza divenne non bene pubblico ma consumo individuale, status sociale. I mass media e l'industria culturale diventarono gli strumenti egemonici della socializzazione dei nuovi modelli richiesti dalla nuova fase economica: una vera mutazione antropologica, in cui iniziò quel compiacimento per la "qualità dell'ignoranza", che diventa dominante oggi nei mass media (e quindi nella "gente", nel pubblico).

Fu il senso, anche se non totalmente consapevole, di questa complessità che, quando ci siamo incontrati, ci ha portato a creare una rivista che ripensasse criticamente tutte le categorie interpretative, con la coscienza di dover affrontare un lungo periodo di esodo, prima di tutto dalle nostre stesse sicurezze culturali e dalle forme idolatriche di concepire la fede. Questa rimase asse fondamentale per ripercorre in modo critico tutte le parole e le categorie, anche della politica, dell'agire nel mondo.

Abbiamo cominciato un percorso di critica all'idea di finalità della storia, di progresso, di secolarizzazione, di razionalità. Critica dell'idea stessa di soggetto, illusoriamente considerato unitario e autodefinibile, capace di diventare











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innocente, uomo nuovo, di vivere tutto l'umano liberato. "Morte del soggetto" che invece da tempo era presente nella riflessione teorica, nel cinema e nell'arte. "Dopo il dissenso" (titolo del numero sui dieci anni della rivista) intendevamo avere un approccio propositivo, che ponesse interrogativi, riprendendo tradizioni culturali e teologiche e superando certe banalizzazioni progressiste postconciliari: domande radicali sul senso dell'esistere in rapporto a una fede come fiducia verso gli altri e verso una alterità, come detto nel numero sui venti anni da Gigi Meggiato, che ha posto in positivo il nostro (voler) essere minoritari: "S. Francesco dice di dover essere minori, nella vita, nella fede non di successo".

Nell'editoriale sulla Riconciliazione (1984) abbiamo scritto: "Siamo diventati stranieri nel mondo in cui siamo cresciuti (…) così come ora siamo stranieri in questo mondo più laico e progressista che ha conquistato molti dei nostri obiettivi ma in modi e in un contesto che non ci piacciono". Questa caratteristica è ancor più rafforzata nel numero sui venti anni: siamo "minoranza resistente" nei confronti delle mode, delle convenienze, dell'impegno omologante. Negli anni '90 "resistiamo" ai nuovi conformismi, al riflusso individualistico come ai sicuri approdi nelle appartenenze identitarie. Rimaneva però la speranza in un società aperta. Ma oggi? Anche la speranza non è più quella di una volta. Sembra compiuto il processo prima visto di secolarizzazione. Ha significato continuare la rivista con il rischio della ripetitività e dell'autoreferenzialità? Per noi ha senso se riusciamo a cogliere le novità radicali dei processi in atto. Due crediamo siano gli ambiti problematici.

Sempre più usiamo le stesse parole: libertà, democrazia, rispetto, laicità, secolarizzazione... Ma si intendono concetti opposti. "Persino" nella redazione rischiamo di scontrarci senza capirci. Bisogna riprendere a "camminare attraverso le parole" e "dare inizio a qualcosa di nuovo", ritrovare il significato nuovo delle parole. Siamo ancora nella situazione limite della rottura della tradizione; "eredi senza testamento" (Hannah Arendt).

Nel numero sui venti anni della rivista, ponevamo la necessità di ripensare l'etica e le virtù civili. Oggi è ancora più urgente, di fronte all'ideologia dominante dell'essere "paron in casa propria" che crea l'altro come nemico, a meno che non si renda invisibile il lavoro (e la violenza contro di loro) degli stranieri e delle donne. I soggetti storici non sono più comunità educanti, ma depositari di interessi. La chiesa pone il problema antropologico ed etico, ma dentro l'ordine cristiano naturale.

Oltre che una nuova riflessione teorica sulle forme di costruzione della soggettività (dopo l'età dell'innocenza e quella della "morte" del soggetto), occorre capire quali sono oggi, nella pratica sociale, i soggetti portatori di un nuovo inizio. Di nuove etiche e virtù pubbliche.

Carlo Bolpin, Carlo Rubini



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